I resti di Enzo Baldoni sono tornati a casa. In questi giorni potrete leggere su di lui molte cose. Che è stato un giornalista decapitato in Iraq nel 2004. Che è stato un uomo straordinario. Cose vere, in parte, ma che non possono spiegare la complessità della sua persona.

Ho avuto Enzo Baldoni come docente di copywriting quando ero un giovane studente all’Accademia di Comunicazione. Era il professore più temuto. Uno che sapeva terrorizzarti. Se il tuo compito non gli piaceva, appallottolava il foglio e te lo tirava addosso. Se sbagliavi un accento, ti urlava contro. Se non gli piacevi come copy, non aveva problemi a dirti di cambiare mestiere. Insomma, non era una persona facile, ma aveva una sensibilità che andava oltre il suo modo di fare. Sapeva riconoscere il talento e sapeva come farlo fruttare. Se c’è qualcuno che mi ha insegnato a scrivere, questo è Enzo Baldoni.

L’ho rivisto molti anni dopo la scuola. Insieme al suo art, Maurizio Dal Borgo, formava la coppia free-lance più brava e famosa d’Italia. Io all’epoca il freelance avevo appena iniziato a farlo, ma ero orgoglioso del successo che stavano ottenendo gli Enfants Terribles. Lui con il suo sorrisino agrodolce mi aveva detto: “mi chiedevo appunto chi ci fosse dietro a un nome così fané.” Dopodiché mi aveva fatto capire che le tariffe che chiedevo erano basse rispetto alle sue, che ero troppo passivo con i clienti. Naturalmente avevo pensato “che stronzo egocentrico!”. Solo anni dopo ho capito che come free-lance mi sono sempre ispirato a lui. E se c’è qualcuno a cui devo dire grazie per la nascita e la crescita di Enfants Terribles, questo è Enzo Baldoni.

Anche la sua struttura fisica era ingombrante, come la sua personalità. Nelle serate in cui fu fondata Bolleblu (la mailing list di aiuto per freelance) era capace di stare in silenzio e ascoltare gli altri per ore e ore. Poi iniziava a parlare con la sua voce suadente. Allora sapevi che non saresti riuscito più a parlare. Era un affabulatore che non temeva concorrenza.

Enzo Baldoni era un uomo che non si trovava a suo agio nella normalità. Nella sua vita aveva fatto di tutto: dal fotografo di nera fino al traduttore di fumetti come Doonesbury. Quando aveva saputo che per permettermi l’Accademia avevo lavorato per un anno al porto di La Spezia aveva cominciato a guardarmi con altri occhi. E si era messo a chiamarmi “il camallo”.

Da quello stronzo egocentrico quale era, voleva stare sempre un passo avanti agli altri. E ci riusciva. E’ stato il primo pubblicitario che ho visto usare un Macintosh. E’ stato il primo a capire le potenzialità di internet. Ha fondato mailing list che gli sono sopravvissute: Zonker’s Zone, Creative Cafè, Bolleblu. Ha aperto un blog quando la maggior parte di noi iniziava a prendere ancora confidenza con la posta elettronica (il suo bloghdad è ancora online, fermo al giorno in cui è stata annunciata la sua morte; leggetelo se volete conoscerlo meglio). E’ stato precursore dello User Generated Content con il concorso ideato per Mac Donald’s Quanto casino per un panino, oltre che della Portfolio Night (per un lungo periodo ha dedicato tutti i suoi venerdì pomeriggio alla visione del portfolio dei giovani creativi).

E nemmeno le vacanze riusciva a fare da persona normale. Mentre gli altri pubblicitari partivano per Miami o le Maldive lui preparava il passaporto per la Colombia, per Timor Est, per l’Iraq. Da lì scriveva reportage per il Diario, la Stampa, il Venerdì di Repubblica. E lo faceva come giornalista free-lance, naturalmente. Perché quella del free-lance era la sua natura.

Ho impiegato anni per capire che tutti noi pubblicitari siamo stronzi egocentrici. Ho impiegato anni per capire che, fra tutti, Enzo Baldoni era uno stronzo egocentrico davvero fantastico.

— Mizio Ratti, Quello stronzo egocentrico di Enzo Baldoni, 20 aprile 2010

(Fonte: mizioblog.com)

Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. ‘In Sicilia le nevicate sono rare’ pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato.
“Mi ci romperò la testa” disse a voce alta.

— Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi 1993, p. 129

Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…

— Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi 1993, p. 125

Tutto quello che ti è cucito sul cuore
tutto il metallo, il ferro arrugginito
il ricamo irregolare lungo il tessuto
del muscolo, tutti i vestiti raccolti
in fondo all’armadio, i medicinali
scaduti, il cappello che hai regalato
a tuo padre, l’inutilità perpetua
di un ottavo di Coppa Italia, i quattro
quarti musicali che non hai mai capito
il tempo tolto all’amico perduto
l’amore (questa parola e non un’altra)
salvo, già salvato, ancora da salvare.

— Gianni Montieri

(Fonte: giannimontieri.wordpress.com)

Come vivere? Allora questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un millennio, di un secolo, di un anno, ma tutti i giorni, e tutti i giorni svegliandoci, si dovrebbe dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose bene, perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto. Un lavoro ben fatto, qualsiasi lavoro, fatto dall’uomo che non si prefigge solo il guadagno, ma anche un arricchimento, un lavoro manuale, un lavoro intellettuale che sia, un lavoro ben fatto è quello che appaga l’uomo. Io coltivo l’orto, e qualche volta, quando vedo le aiuole ben tirate con il letame ben sotto, con la terra ben spianata, provo soddisfazione uguale a quella che faccio quando ho finito un buon racconto.
E allora dico anche questo, no: una catasta di legno ben fatta, ben allineata, ben in squadra, che non cade, è bella; un lavoro manuale, quando non è ripetitivo, ricordo ‘Tempi moderni’ di Charlot, è sempre un lavoro che va bene, perché è anche creativo. Un bravo falegname, un bravo artigiano, un bravo scalpellino, un bravo contadino; e oggi dico sempre quando mi incontro con i ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca. Perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. E allora tutti questi lavori che noi consideriamo magari lavori così, magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali.

— Mario Rigoni Stern in Ritratti, un film di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini

(Fonte: youtube.com)

"Scomparsi moglie e cane.
Ricompensa per il cane”.
(Adesivo sul paraurti di un camioncino).

La moglie e il cane pianificarono la loro fuga
con mesi di anticipo, misero da parte biscotti e ossa,
attesero il momento di distrazione, quando lui dimenticò
di chiudere a chiave il cancello. Allora si precipitarono fuori.

Il loro rifugio fu la foresta: mimetizzarono
odori e tracce con le foglie.
Liberi da lui, finalmente,
fecero pipì contro un albero. Con sollievo.

Il tempo passò. Andavano e venivano a loro piacimento,
inseguendo bastoni quando volevano inseguire bastoni,
scavando buche in quello che arrivarono a considerare
il cortile di casa. Disimpararono
come si fa a rotolare sulla pancia e a fare il morto.

In primavera il cane vagava all’inseguimento
di un coniglio. Fu afferrato da un cacciatore e restituito
al padrone per 25 dollari, vive
al guinzaglio, ora.
Dorme dal lato della moglie nel letto,
sospirando e premendo il muso
nel cuscino, respirando
il profumo dei suoi capelli.

E la moglie? Si è spostata nel più profondo cuore
della foresta. Cammina
a quattro zampe, non c’è nessun uomo che le dice “prendi e riporta”,
si esibisce senza trucchi. E’ contenta così. Solo qualche volta
si sente sola, ricorda come lui le annusava
la guancia e la consolava quando si rigirava
e tremava nel sonno.

— Diane Lockward

Il calcio, com’è noto, è il gioco del popolo, e come tale cade nelle grinfie di tutta quella gente che non è, insomma, il popolo. Ad alcuni piace perché sono dei socialisti sentimentali; ad altri perché hanno frequentato le scuole private, e vorrebbero non averlo fatto; ad altri perché il loro lavoro – di scrittore, giornalista televisivo o pubblicitario – li ha portati molto lontani da quello che considerano il loro luogo di appartenenza, o di provenienza, e il calcio sembra loro un modo veloce e indolore per ritornarci.

— Nick Hornby

Io ne uso parecchio di materiale pop nella mia scrittura, ma il significato che gli do non è affatto diverso dal significato che aveva per altri scrittori, cent’anni fa, parlare di alberi, di parchi e di andare ad attingere l’acqua al fiume. È semplicemente il tessuto del mondo in cui vivo.

— David Foster Wallace